Vicino il trasferimento ad Aprilia

Il Tar dà ragione ai figli di Manzù: Ardea dia l'autorizzazione alla cremazione

Sul trasferimento della salma di Giacomo Manzù non è andata esattamente come l’aveva descritta il Comune di Ardea. Anzi: potrebbe essere sempre più vicina la cremazione dei resti del grande artista sepolto nel museo che porta il suo nome, ad Ardea, e la collocazione nella casa di famiglia ad Aprilia.

Il Tribunale amministrativo regionale ha accolto le tesi dei figli di Manzù, Giulia e Mileto Manzoni, e ha ordinato al Comune di Ardea di rilasciare l’autorizzazione alla cremazione e alla traslazione delle ceneri entro la fine di agosto. Se non lo farà, il tribunale nominerà un commissario che si sostituirà al sindaco e produrrà gli atti necessari. Se invece il sindaco deciderà di dire no, dovrà avere validi motivi giuridici. Secondo i giudici, infatti, “l’esito del procedimento di valutazione dipende esclusivamente dalla sussistenza delle condizioni previste per la traslazione delle salme dal Regolamento di Polizia Mortuaria e non anche da valutazioni di opportunità e di merito amministrativo legate alla tutela degli interessi locali, che dunque non possono essere presi in considerazione dall’Amministrazione ai fini del diniego della istanza o per ritardarne l’esito, specie considerando che l’Ente possiede numerosi e diversificati strumenti di iniziativa per onorare la memoria dell’artista senza entrare in conflitto con le legittime aspirazioni dei suoi eredi e discendenti”. Scontato dunque che il parere dovrà essere favorevole.

Il 3 marzo 2021 il Tar deciderà anche sulla richiesta di risarcimento da 50 mila euro presentata dai figli di Manzù per il danno economico provocato dai ritardi del Comune nell’autorizzare cremazione e traslazione.

UN PROCEDIMENTO LUNGO UN ANNO

Era maggio 2019 quando la famiglia Manzoni (Manzù è un nome d’arte) inoltrò richiesta di autorizzazione al Comune per la cremazione e per il trasferimento della salma, “atteso il parere positivo già manifestato” dal ministero dei Beni culturali (proprietario del museo di Ardea dove c’è anche la tomba dello scultore) e “la intervenuta, inequivocabile manifestazione di volontà dei parenti più prossimi” alla cremazione della salma. Il Comune, a giugno 2019, attestava che il procedimento era in fase di istruzione e che il provvedimento conclusivo sarebbe stato emesso entro i trenta giorni successivi. Dopo un anno, la famiglia Manzoni ha presentato ricorso al Tar per obbligare il Comune a rilasciare l’autorizzazione. Solo a giugno di quest’anno, con il ricorso già in piedi, l’amministrazione di Ardea ha rigettato la richiesta “non rientrando nelle competenze del comune di Ardea la cremazione di persona deceduta presso il comune di Aprilia, avente al momento del decesso residenza presso il Comune di Roma”. Nulla invece ha scritto sulla traslazione dei resti dello scultore.

“Il provvedimento di rigetto non reca alcuna disposizione in ordine alla richiesta di estumulazione e traslazione presso altro Comune – scrive il Tar – così che rimane inalterata, per questa parte, la persistenza dell’interesse ad ottenere un provvedimento esplicito e quindi la decisione del ricorso”.

Sempre secondo i giudici, è il Comune che deve esprimersi, al contrario di quanto afferma l’amministrazione comunale di Ardea. “Secondo Regolamento di Polizia Mortuaria l’emissione della relativa autorizzazione spetta al Comune che ospita i resti mortali dei quali si chiede la traslazione”. “Qualunque sia stata la residenza del defunto o la località del suo decesso, se la salma è ospitata presso il territorio di un Ente locale diverso da quello delle precedenti località, è comunque il Comune ospite che deve provvedere sulla richiesta di traslazione dei resti mortali su richiesta degli aventi diritto”, precisano i giudici.

Neanche il comitato popolare spontaneo, che aveva avviato iniziative per evitare la traslazione della salma, non può dire la sua: “è portatore di un mero interesse di fatto, non qualificabile in termini di interesse a contraddire”.

Il Comune di Ardea è stato anche condannato a pagare 2.500 euro di spese giudiziarie. Scontato il ricorso del Comune al Consiglio di Stato.








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