Gestione risorse idriche

Acqualatina ai Comuni... paga la Regione Lazio. Incombono i titoli tossici

Per la prima volta nel nostro Paese è stato deciso che un servizio pubblico per antonomasia quale quello idrico, quello gestito da Acqualatina, dovrà tornare completamente in mano pubblica, dopo una fallimentare privatizzazione di fatto. Obiettivo ormai condiviso da tutti, visto che tutte le promesse fatte all’epoca della costituzione della società (oltre 11 anni fa), si sono sciolte come neve al sole. Di conseguenza dovrebbe passare alla storia la data, il 30 settembre 2013, in cui tale decisione è stata assunta. Ma come sempre accaduto in questa vicenda, anche il percorso di come arrivare a questo fondamentale traguardo è diventato oggetto di accese polemiche politiche. Ai politici, specialmente Sindaci e consiglieri comunali, e ai loro amministrati qui cerchiamo di spiegare ancora una volta come stanno le cose. Si tratta di evitare la mossa finale che porterebbe davvero a far collassare molti Comuni.

QUEI SINDACI RESUSCITATI

Da un lato ci sono i Sindaci del centro-destra che hanno conferito un mandato esplorativo al Presidente della Provincia di Latina Armando Cusani, al fine di trattare la cessione delle azioni in mano al socio privato di Acqualatina (la società Idrolatina Srl che possiede il 49% del capitale sociale), portando così le quote interamente in mano pubblica. Un mandato a dir poco curioso e per certi versi inutile, visto che poi dovranno essere gli stessi Comuni soci di Acqualatina (che non sono gli stessi che compongono l’ATO) a dover aderire all’eventuale accordo. Si dà il caso però che questa facoltà non spetti né al Presidente della Provincia, né ai nostri primi cittadini, bensì ai rispettivi Consigli comunali. Dettaglio fondamentale. 

E QUELLI DA SEMPRE SVEGLI

Di tutt’altro avviso sono invece i Sindaci (11 in tutto) storicamente contrari alla gestione di Acqualatina. A loro ultimamente si sono aggiunti anche quelli di Roccagorga e Nettuno, che in passato hanno avuto parole benevole verso la società, fino ad invocare rappresaglie verso i Comuni “ribelli”, soprattutto contro Aprilia. Sostengono essenzialmente tre cose: la prima riguarda proprio il fatto che la trattativa con Idrolatina Srl deve essere condotta in prima persona dai Comuni interessati e non dal Presidente della Provincia Cusani. La seconda è una conseguenza della prima: lo stesso soggetto ha sempre difeso, elogiato e avallato le decisioni della società e di conseguenza dal suo socio privato; inoltre, aggiungiamo noi, ci sono anche motivi di trasparenza (vedi riquadri). Tra l’altro ci sono pure ragioni di tempistica, visto che il mandato di Cusani da Presidente della Provincia e in quanto tale da rappresentante dell’ATO stesso, sta per scadere irrevocabilmente. La terza ragione è quella più sostanziale: da molti punti di osservazione i bilanci di Acqualatina fanno acqua da tutte le parti. Meglio sarebbe, dicono i Sindaci “ribelli”, che ci fossero dei soggetti terzi ed indipendenti per dare un’occhiata a quelle carte, senza disdegnare l’ipotesi di portare i libri contabili direttamente in Tribunale. 

DEBITI TUTTI AI COMUNI

In sostanza chiedono di aprire una procedura affinché ognuno (anche l’attuale socio privato) paghi la sua parte del debito accumulato dalla società, decretando in tal modo anche il fallimento economico di Acqualatina, visto che quello politico è di fatto già acclarato. Ed è proprio da quest’ultimo punto di vista che la presunta ripubblicizzazione del servizio idrico, attraverso la piega impressa ancora una volta per sola volontà di parte del Presidente Cusani e dell’attuale maggioranza nella Conferenza dei Sindaci, potrebbe comportare enormi rischi economici per i bilanci dei Comuni stessi. Ulteriori disattenzioni, smemoratezze e incompetenze potrebbero essere fatali in tal senso.

CON L’ACQUA ALLA GOLA

Il fatto che Acqualatina fosse con “l’acqua alla gola” noi lo scriviamo e lo documetiamo da tempo. Bastava e basta leggere (bene) la documentazione ufficiale prodotta dalla stessa società e dai suoi controllori. Ad esempio la relazione della KPMG, nota azienda internazionale di revisione contabile, che il 5 giugno scorso ha dato il suo nulla osta al bilancio 2012. Con quella missiva, regolarmente depositata agli atti, abbiamo avuto la conferma che la società ha delle “criticità finanziarie” e conseguenti “rilevanti incertezze” riferibili a due ordini di problemi: 1) “il mancato conseguimento del livello di incasso dei crediti previsto dagli obiettivi aziendali per permettere il rispetto degli impegni sottostanti il finanziamento con la Depfa Bank plc”; 2) “inefficacia parziale o totale delle azioni (…) poste in essere per garantire il raggiungimento dell’equilibrio economico-finanziario della gestione”. Tradotto in parole povere significa che la gestione, anche per lo scorso anno, era fortemente sbilanciata sulle uscite rispetto al livello delle entrate e gli incassi non erano suffcienti per coprire gli impegni “sottostanti” (attenzione a questa parola) al finanziamento della banca tedesco-irlandese.

FINANZA TOSSICA IN AGGUATO

Gli impegni “sottostanti” non sono altro che prodotti finanziari derivati abbinati al finanziamento di 114,5 milioni di euro, quello che il Caffè svelò a giugno 2007 spiegando che prevede anche dei pegni sulle azioni dei Comuni come garanzie (cosa negata dall'ing. Giovannetti all'epoca capo della Segreteria tecnico-operativa dell'Ato). Quel finanziamento a sua volta è composto per 105 milioni dal prestito vero e proprio e per 9,5 milioni attraverso una fidejussione emessa da Depfa a favore dell’ATO 4 per conto del gestore. Fidejussione significa che, se non paga Acqualatina al suo posto paga la banca e per questo pretende una copertura del rischio. Infatti anche lo scorso anno circa 1,5 milioni di euro se ne sono andati per pagare i famigerati “swaps”, mentre il rischio massimo coperto è di 229 milioni di euro. 

DECIDE DEPFA BANK

Soglia già raggiunta dall’indebitamento complessivo attuale di Acqualatina. Ed in base alle clausole contrattuali del finanziamento, Depfa Bank di fatto oggi ha in mano oltre i 2/3 del capitale sociale di Acqualatina. Trattandosi di una SpA, in pratica Depfa può andare in assemblea e deliberare ciò che vuole. Dunque - come diciamo da anni - ormai da tempo è la banca a controllare il gioco e l’esito della partita chiamata ripubblicizzazione del servizio. Le “comparse” servono a questo.

LA CORTE DEI CONTI DOMANDA

Al disastroso mare in cui galleggia Acqualatina coi suoi Sindaci, si deve aggiungere la richiesta della Corte dei Conti: attraverso una missiva delegata all’apposito ufficio del Ministero dell’Economia, nel gennaio scorso i magistrati contabili hanno chiesto a tutti i primi cittadini dei Comuni soci di Acqualatina (Bassiano e Pontinia non lo sono) di produrre le delibere con cui i rispettivi Consigli comunali avrebbero approvato, tra l’altro, la sottoscrizione delle quote iniziali di Acqualatina e poi per la sua ricapitalizzazione. La Corte dei Conti in sostanza ha messo il dito su un’altra enorme piaga; quelle delibere non esistono e di conseguenza potremmo essere in presenza di precisi reati penali che sarà facile per un magistrato accertare o meno. Rispetto a questa prospettiva però, la lettera stessa prevede una sorta di “sanatoria”. Invece che le inesistenti delibere su indicate, basta produrre le delibere dei Consigli comunali che prima o poi riconoscano i relativi debiti fuori bilancio. In tal modo si appianerebbero anche le irregolarità dei bilanci comunali passati.

ALTRI SOLDI DALLA REGIONE?

Quindi, l’eventuale acquisto dei Comuni delle quote di Acqualatina Spa in mano ad Idrolatina càpita al momento giusto per sanare l’intera vicenda. In un sol colpo si produrrebbero tre risultati: 1) Accollare alla parte pubblica l’intero indebitamento; 2) Sanare le irregolarità dalla Corte dei Conti; 3) Evitare conseguenze penali e pecuniarie ai Sindaci. L’unico ente che potrebbe lanciare un salvagente ai Comuni è la regione Lazio. Questo probabilmente, stando alle nostre fonti, andrà a dire il presidente Zingaretti a Latina: un “accompagnamento” non meglio specificato. Tradotto: i soldi ce li mette la Regione?